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Millepiani: 20 ans de recherches philosophiques

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Millepiani: 20 anni di ricerca filosofica

Aver fatto ricerca contro ogni vulgata volendo mettere in discussione punti di vista critici ha richiesto e richiede rigore nella ricerca, rigore scientifico (evitando incaute confusioni), generosa predisposizione all’ascolto, ma poi precisa definizione dell’esercizio del sapere che, se si vuole distinguere dal marketing, deve affermare i modi e le pratiche di un lavoro che riconosce (la derivazione scientifica), definisce l’ambiente di collocazione, rileva gli elementi di interrogazione e quelli più deboli e soprattutto rifugge da ogni autoreferenzialità caratteristica di tutti quei sistemi di depotenziamento del pensiero che tanto hanno danneggiato l’agire intellettuale degli ultimi decenni.

Deleuze e Guattari non sono « strumentalizzabili » a tal fine.

Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 si tentò un’operazione apparentemente fuori-luogo, quella di ridare respiro ad un’impresa teorica in grado di affrontare con « profitto » le situazioni problematiche proprie di un passaggio socio-culturale in grande trasformazione, anche sulla base del confronto critico con le cause dei vari « collassi » – politici, tra l’altro – che avevano caratterizzato il decennio precedente. Si pensi ai seminari di Gallarate, con le sue « anime » francofortesi e differenzialiste, alle riviste « quasi-accademiche » (ad esempio, « Fenomenologia e società »), con contenuti di pensiero critico rivendicati e messi a valore contro le correnti « deboliste » ed esasperatamente tardo-ermeneutiche (insieme alle variabili degli sviluppi dell’autonomia della politica e ai primi vagiti del ri-nascente sciocchezzaio pre- e para-analitico, inteso come market  di ripiegamento e di accomodamento dell’ « intellettuale » pavido e progressivamente « conforme »). « Millepiani » si costituisce in quella temperie, coltivando, con consapevolezza dei pregi e dei difetti, il rapporto pieno – e però incessantemente rielaborato – con la lezione di Deleuze e Foucault, compresa come una risorsa conoscitiva alla quale continuare ad attingere per collocarsi in maniera non imbecille all’interno della società del controllo. Quella società del controllo che già allora sembrava disporsi in modo tale da portare ad un futuro di incertezza (e di radicale mutazione) le logiche della valorizzazione capitalista e le dinamiche delle soggettivazioni: è rispetto a quest’ultime, che « Millepiani » ha giocato (e gioca ancora) una delle sue « carte » migliori, vale a dire la « carta » della considerazione non negativa della costitutiva parzialità del soggetto (apprezzabile anche « filosoficamente »), di una comprensione della sua « realtà » che permette di apprezzare come storicamente determinati quei suoi assetti e quelle sue configurazioni che valgono oggi sotto le vesti della precarietà e della vulnerabilità. E accanto a questa « carta » se ne collocano altre, diversamente apprezzate, al fine di rimarcare la complessità delle analisi del nostro « quadro d’epoca » che spingono per rilevare la « naturalizzazione » dei suoi elementi o per cogliere – in tale « naturalizzazione » – la presenza di fattori di inquietudine o addirittura di eventuale messa in discussione. Ed ecco quindi l’analisi critica dei contributi portati, in tali direzioni, da studiosi come Guattari, Virilio, Baudrillard, Debord, Stiegler, Simondon, Gorz, tra gli altri (oltre che dai nostri « classici » di riferimento, continuamente re-interrogati), a partire da una sensibilità di indagine sempre più rivolta ad affrontare la questione del nesso di produzione di soggettività e trasformazione dei terreni dell’esperienza « data » e possibile. E’ in questo senso che si possono afferrare le ragioni di una attenzione continua a certi sviluppi della pratica artistica contemporanea, alle molteplici e vitali ri-animazioni dei territori di esperienza (con i loro particolari tessuti), con l’introduzione al loro interno delle nuove tecnologie, soprattutto dell’informazione e della comunicazione. Da qui derivano le curiosità crescenti nei confronti della « stagione » benjaminiana nell’inferno della grande città, la prossimità agli sviluppi della ricerca di studiosi come S. Sassen, M. Davis, M. Castells, P.Lévy e altri ancora, con sullo sfondo la delineazione prepotente delle figure concettuali dell’antropologia filosofica e dell’antropologia della tecnica. E a dare misura a tutto questo è l’articolazione di un « passo » di elaborazione che ha sempre scandito il movimento di « Millepiani » e che appare evidente nel suo odierno accelerare, cioè lo studio di costellazioni istituzionali che possano consentire a soggettivazioni de-naturalizzate di soddisfare in maniera crescente il loro desiderio di apertura e di libertà, contro e al di là delle miserie/misure date dall’approfondirsi mortifero delle pratiche di sfruttamento. Ed effettivamente quella di « Millepiani » è stata – ed è – una corsa a perdere il « peggio », dovunque si manifesti, a livello teorico, politico, sociale… Nient’altro…

Ubaldo Fadini, Tiziana Villani

La redazione di Millepiani

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